Risponde un Medico
dott. Emilio RespighiUn medico risponderà ai vostri quesiti, dando precedenza alle domande giudicate di interesse generale, che verranno pubblicate con le relative risposte, perchè possano essere utili al maggior numero di persone. È importante, comunque, ricordare che la visita effettuata dal proprio medico costituisce il solo strumento diagnostico per un valido trattamento terapeutico. I suggerimenti dati costituiscono solo indicazioni e non sono consulenze mediche sostitutive del parere di un medico e in alcun modo una visita medica a distanza. Nel caso in cui viene espresso un parere personalizzato sulla diagnosi, la terapia, l'interpretazione dei dati di laboratorio, tale risposta deve essere considerata puramente indicativa, non impegnativa, non sostitutiva o correttiva dell'opinione del proprio medico e fornita a scopo divulgativo e conoscitivo. Allorquando gli specialisti risponderanno alle vostre domande, sarete avvertiti con una e-mail di ritorno dell'avvenuta pubblicazione della risposta. Comunque l'Associazione si riserva il diritto di non rispondere a quesiti giudicati non idonei.
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Prevenire le cadute
Prevenire le cadute è importante a qualsiasi età, ma soprattutto nei soggetti con osteoporosi in quanto le cadute hanno un ruolo fondamentale nell’insorgenza delle fratture osteoporotiche.
La frequenza di cadute aumenta con l’età e la frattura di femore negli anziani è quasi sempre riconducibile a una caduta.
Circa la metà degli anziani che vive in casa, cade almeno una volta all’anno e spesso a causa di farmaci quali sedativi a antiipertensivi, oppure per fattori intrinseci legati alla riduzione della vista e dell’udito, alla perdita di forza muscolare, alla ridotta coordinazione e alla perdita dei riflessi, oppure a fattori ambientali.
E’ importante quindi per eliminare il rischio di cadute adottare una serie di misure quali:
- fare regolare attività fisica
- usare scarpe con suola di gomma e pantofole chiuse sul tallone
- evitare di salire su sedie, sgabelli o scale
- usare tappetini antisdruciolo
- applicare maniglie di sostegno in bagno e corrimani sulle scale
- evitare i tappeti, la cera, i fili volanti
- assicurare una buona illuminazione in casa
- usare una luce di sicurezza durante la notte
- nell’alzarsi dal letto, attendere qualche istante seduti
- controllare periodicamente vista e udito
- controllare pressione arteriosa
- evitare l’abuso di farmaci e di alcool
- farsi consigliare dal medico curante in merito all’uso di farmaci che espongono a cadute
- non fare mai nulla in fretta
Ipercolesterolemia omozigote, malattia familiare
E’ oggi risaputo che un bambino che eredita da due genitori la malattia, che, in questo caso, viene definita ipercolesterolemia omozigote, se non viene curato in tempo è destinato a morte precoce. Fortunatamente questa situazione genetica è abbastanza rara, ma purtroppo grave, anche perché, essendo spesso asintomatica, viene diagnosticata in ritardo. I livelli di colesterolo totale nel sangue possono raggiungere valori di 1000-1200 mg/dl. All’età di 5-6 anni le arterie appaiono completamente invase dai depositi di colesterolo, come in un settantenne affetto da una ipercolesterolemia di modesta entità. La cura farmacologica, per ora, è del tutto inefficace. L’unico presidio terapeutico consiste nella plasmaferesi, che è una sorta di dialisi del sangue che rimuove il colesterolo dal plasma. Le sedute terapeutiche devono avere cadenza quindicinale, per tutta la vita.
Ipercolesterolemia dell’adulto.
Un alto livello ematico di colesterolo LDL (definito “colesterolo cattivo”) costituisce una situazione patologica attualmente molto diffusa, che, in Occidente, rappresenta la più elevata causa di decesso. Ciononostante essa viene spesso trascurata o sottovalutata. Tra le cause, è da ricordare una componente genetica, spesso presente nel senso generico di una familiarità, secondo cui in certi gruppi familiari l’affezione compare con una frequenza maggiore rispetto alla media della popolazione. Ma bisogna aggiungere altre cause importanti costituite da errate abitudini di vita, quali la sedentarietà, l’obesità, l’ipertensione, il diabete, il fumo e il consumo di alcol. E’ molto diffusa l’opinione che il livello plasmatico di colesterolo totale debba mantenersi sotto i 200mg/dl. Oggi si è giunti a ritenere che il limite debba essere fissato caso per caso, secondo il quadro clinico del paziente e secondo che siano presenti fattori di raschio e quali e di che entità. Così, ad esempio, in un paziente che abbia sofferto di un ictus cerebrale o di un infarto miocardico, sono consigliabili livelli di colesterolemia dimezzati, intorno ai 100mg/dl. Se vi sono componenti familiari di rilievo il livello massimo dovrà pure essere abbassato. Deve anche essere seguita una dieta povera di grassi in genere e di colesterolo in particolare, ma questo tipo di prevenzione non è sufficiente, poiché solo il 25-30% del colesterolo ematico ha origine alimentare; la rimanente quota è prodotta dal fegato, con un meccanismo perverso di errata regolazione biochimico-metabolica. Attualmente esistono farmaci le cosiddette statine che riescono ad abbassare il livello di colesterolo, cui si può essere aggiunto un farmaco l’etizimide che ne riduce l’assorbimento intestinale. La cura, comunque, deve essere continuata per tutta la vita. E’ ovvio che, collateralmente, bisogna eliminare i fattori di rischio come abitudini di vita e curare attentamente l’ipertensione e il diabete ove presenti.
Pensare positivo può allungare la vita
DEMENZA SENILE E MORBO DI ALZHEIMER:
SI POSSSONO PREVENIRE ?
Uno dei massimi esperti di malattie degenerative senili del cervello – e particolarmente di morbo di Alzheimer – il prof David Snowdon, dell’Università del Kentucky, ha condotto per 15 anni uno studio, iniziato nel 1986, sul m. di Alzheimer e sull’invecchiamento, con lo scopo di verificarne possibili elementi di prevenzione ed eventuali fattori di rischio.
La ricerca è stata condotta su un gruppo di 678 suore conventuali, di età compresa tra i 74 ei 106 anni, che hanno accettato di sottoporsi alle valutazioni cliniche e fisiche mentali previste dal progetto, decidendo anche di lasciare, dopo la morte, il proprio cervello al gruppo di studiosi.
Lo studio ha avuto molta risonanza nell’ambito scientifico ed è stato oggetto di numerosi incontri, congressi e pubblicazioni su varie riviste scientifiche quali The Journal of American Medical Association, American Journal of Epidemiology, The Journal of American Geriatrics Society, The Journal of Personality and Social Psycology., oltre che su rubriche mediche di importanti quotidiani e riviste, quali TIME, The New York Times, The Wall Street Journal, Newsweek e National Geographic.
I risultati ottenuti hanno innescato gli spunti per numerosi successivi studi da parte di altri gruppi di ricercatori. Si è potuto così ottenere un quadro più ampio e più dettagliato dei vari aspetti clinici e comportamentali della malattia e degli elementi che possono entrarne a far parte come fattori causali o concausali.
Il m. di Alzheimer risulta essere la più comune forma di demenza legata all’età. La perdita di memoria è forse il sintomo più comunemente conosciuto; tuttavia, esso può inibire la capacità di ragionamento e di discernimento ed interessare anche lo stato dell’umore e i comportamenti del malato.
Prima di trattare degli interessanti risultati delle ricerche del prof Snowdon, è utile fare un inquadramento generale e aggiornato di questo tipo di patologia
E’ ben noto ormai che la malattia non è una conseguenza naturale dell’invecchiamento, ma un serio disordine della salute.. I malati affetti dal m. di Alzheimer possono divenire vittime di una perdita della memoria che interferisce negativamente con l’attività quotidiana e provoca difficoltà nel portare a termine le mansioni familiari. Il malato si sente disorientato, dimentica semplici parole o intere frasi, mostra rapidi cambiamenti di umore e di personalità e perde capacità di iniziativa.
Mentre una persona “normale” può occasionalmente dimenticare un appuntamento o mettere fuori posto un suo oggetto, il paziente affetto da Alzheimer fa questo tipo di esperienze più frequentemente e può anche dimenticare di aver preso un appuntamento. Così egli può non ricordare ogni giorno di aver mangiato oppure no; può mettere nei posti più impensabili gli oggetti, come una borsa nel freezer o la posta nel microonde; può perdersi nel proprio quartiere e non riuscire più a ritornare a casa; può anche non ricordare il giorno, il mese o l’anno.
Le più recenti ricerche hanno dimostrato che soffrono di Alzheimer una persona su 10 sopra i 65 anni e metà della popolazione sopra gli 85. La malattia interessa entrambi i sessi, ma le donne ne sono risultate affette più degli uomini; inoltre, il sesso femminile, con la sua più lunga sopravvivenza, ha dimostrato di raggiungere gli stadi più avanzati della malattia. Questa constatazione clinica sembra dar peso al valore concausale dell’invecchiamento.
Nonostante i molti studi e le molte ricerche fatte, sono tuttora sconosciute le cause della malattia e non sono ancora state individuate cure efficaci. Anche i farmaci inibitori della colinesterasi, proposti in passato, hanno dimostrato solo la capacità di rallentare la progressione della malattia. Tuttavia, in campo terapeutico, esistono risultati promettenti con un farmaco, chiamato “inibitore della beta-secretasi”, che riesce a bloccare la formazione di beta-amilooide, che è la sostanza “tossica” che si accumula nel tessuto cerebrale nei portatori di m. di Alzheimer. Questo farmaco potrebbe rappresentare la prima opportunità di prevenire lo sviluppo della malattia di Alzheimer prima che si manifesti, tanto più che esso si è dimostrato privo di effetti collaterali negativi. Tuttavia, i ricercatori affermano che esso non potrà essere disponibile prima di 5-7 anni.
Si sa che la familiarità gioca un ruolo in alcuni casi, ma si sa anche che questo non può essere ritenuto un fattore primario nello sviluppo del m. di Alzheimer. Attualmente viene data una certa importanza ai fattori ambientali come elementi di accelerazione o di rallentamento della malattia.
David Snowdon e il suo gruppo hanno messo in evidenza, con lo studio sopra citato, che le “radici” della malattia sono presenti molto precocemente, in relazione al grado di istruzione, al tipo di alimentazione e all’esercizio fisico. Egli giunse ad affermare, quasi aforisticamente, che chi è sano di cuore (“heart-healthy”) è anche sano di mente (“brain-healthy”).
La depressione è risultata giocare un ruolo cruciale nello sviluppo della malattia. Lo studio condotto per anni a seguire l’invecchiamento delle suore, ha dimostrato che alcune di esse, il cui cervello, dopo la morte, era risultato affetto da danni molto avanzati della malattia, durante la vita, avevano avuto o solo piccoli segni dell’affezione o addirittura nessuno. Per contro, in qualche caso si poté riscontrare che alcuni cervelli risultati affetti da piccoli danni iniziali della malattia, erano appartenuti a suore che avevano sofferto di una demenza di grado estremo negli ultimi anni della loro vita. Il gruppo di studio riuscì a determinare che questo tipo di reperto non era legato all’età - considerato che alcuni dei cervelli più sani in assoluto erano appartenuti alle suore più anziane - ma piuttosto al numero di piccoli insulti cerebrali (strokes) di cui quelle suore avevano sofferto durante la loro vita.
Poiché la scienza medica ha già chiaramente dimostrato che gli ictus cerebrali possono essere prevenuti con la dieta e con l’esercizio fisico, Snowdon indica, come primo importante elemento, da tener presente per la prevenzione della malattia, lo stile di vita. Dieta prevalentemente a base di verdura e frutta e attività fisica quotidiana sono apparsi elementi di importanza basilare nel programma di prevenzione, che è positivamente giustificato anche nei casi in cui esso risulta limitato ad una riduzione di gravità o ad un allontanamento nel tempo della malattia. Lo studio indica anche che non è mai tardi per cominciare un programma di prevenzione.
Anche l’ambiente sembra assumere una certa importanza causale: infatti, stati emotivi negativi o addirittura conflittuali con “l’esterno” sono stati indicati dal gruppo di studiosi come possibili concause. Analogamente, anche le forme depressive, diagnosticate come vero e proprio stato di malattia, sono risultate fattori negativi nel determinismo dell’Alzheimer.
Una serie di risultati interessanti, forse i più meritevoli di attenzione, sono stati ottenuti dallo studio dei diari tenuti da alcune suore in età giovanile. Da essi è emerso che le suore che si erano espresse con una maggiore ricchezza di idee e con un linguaggio più evoluto e grammaticalmente più complesso hanno costituito un gruppo che, da un punto di vista statistico, ha evidenziato un minore grado di rischio di andare incontro alla malattia. Sotto questo aspetto gli studiosi hanno riscontrato un ruolo terapeuticamente positivo nell’ascolto della musica e nella propensione alla spiritualità.
Ma vi è un altro aspetto interessante: in questo studio. Infatti, Snowdon è riuscito anche a mettere in evidenza che le suore che avevano usato più frequentemente nelle loro autobiografie parole di significato positivo, come “amore”, “gioia”, “speranza”, “felicità”, “fiducia”, “fede” sono vissute, in media, dieci anni più delle altre.
Questo dato sembra dunque dimostrare che le persone che per carattere proprio manifestano, fin da giovani, atteggiamenti ottimistici per se stessi e verso gli altri hanno maggiori probabilità di vivere più a lungo.
John Hockenberry, dopo un periodo di studio del m. di Alzheimer, sintetizzò la sua esperienza, drammaticamente così: “Lo scardinamento della memoria provoca la perdita delle immagini collezionate durante la vita e tutte quelle che hanno avuto rilevanza con quella vita, in mucchi anonimi impilati disordinatamente a caso, come macerie nel corso di un uragano. Le sedi (della memoria) rimangono come il territorio, dopo che la tempesta è passata oltre. Esse rimangono prive di “pietre miliari”e vuote di significato”.
Emilio Respighi
Nato nel 1931 a Milano, dove tuttora abita
• Laurea in Medicina e Chirurgia presso l’Università di Milano nel 1956 con pieni voti e lode.
• Assistente e poi Aiuto presso la Divisione A. De Gasperis di Chirurgia Cardio-toracica dell’Ospedale Niguarda di Milano
• Primario della Divisione R. Donatelli di Cardiochirurgia dell’Ospedale di Circolo di Varese dal 1979 al 1997, anno di pensionamento.
• Direttore Scientifico dell’Istituto MultiMedica nel 1998
• Consulente per la Cardiochirurgia presso l’Istituto Policlinico S. Donato negli anni 1999-2001
Specialità: Anestesia e Rianimazione, Chirurgia Generale, Chirurgia Toracica e Angio-cardio-chirurgia
Pubblicazioni scientifiche: circa 180 su riviste anche straniere, di cui una decina a carattere monografico. Responsabile (Editor) della sezione cardiochirurgica di due importanti trattati, rispettivamente di Chirurgia Generale e di Cardiologia
Ripetutamente, negli anni, eletto nei Consigli Direttivi delle Società Nazionali di Chirurgia Toracica e di Cardiochirurgia. Per due mandati, rappresentante italiano per la Cardiochirurgia presso la Società Europea di Chirurgia Cardio-Toracica.
Nel settembre 2006 la Società Italiana di Chirurgia Cardiaca ha conferito il diploma di Socio Onorario al prof. Emilio Respighi - LINK

