Domande Frequenti

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IL MEDICO RISPONDE

A chi si lamenta delle lunghe attese al Pronto Soccorso, rispondo brevemente:
Troppe persone vengono inviate (o si recano) al Pronto Soccorso (PS) ospedaliero senza una sufficiente motivazione clinica, causando, così, un intasamento dello stesso, causa, a sua volta, di lunghe e ingiustificate attese da parte di chi è colà giunto dopo una più attenta valutazione del medico curante.
Come è noto, quando si giunge a un PS degli ospedali più “moderni” si viene selezionati, sulla base del grado di urgenza da parte di un infermiere addetto al cosiddetto triage. E’ questa una parola francese, impiegata dal medico di Napoleone Dominique Jean Larrey, per selezionare i feriti dopo la battaglia, in base alla gravità delle lesioni: ai più gravi veniva dato immediato soccorso, gli altri dovevano attendere.
Negli ospedali la tecnica di selezione viene utilizzata, assegnando ai pazienti un colore: rosso per necessità di cure immediate, giallo per chi abbisogna di una visita entro 10-15 minuti, verde per chi ha una situazione più tranquilla, che, però, deve essere rivalutata dopo una o due ore, bianco per chi non presenta alcun carattere di urgenza, ma che comunque non può essere rimandato senza visita.
E’ stato calcolato che i codici rossi sono meno dell’1%; quelli gialli il 15-20%; quelli verdi il 60%; quelli bianchi addirittura il 20-25%. L’anomalia è evidente: se questi ultimi rappresentassero percentuali più esigue, le attese sarebbero più brevi e le cure migliori.

Molti chiedono chiarimenti sull’ipertensione arteriosa
L’ipertensione arteriosa è una situazione patologica molto più frequente di quanto normalmente si pensi. All’ultimo congresso della Società Italiana dell’Ipertensione Arteriosa sono stati denunciati tre dati piuttosto allarmanti:
1) l’80% delle persone sopra i 65 anni è affetto da ipertensione;
2) il 5% dei giovani al di sotto dei 30 anni mostrano già una pressione alta, in qualche caso dovuta a malattie, ma per lo più dovuta a stili di vita sbagliati (alimentazione scorretta e sedentarietà);
3) solo uno su quattro ipertesi si cura; gli altri non cambiano lo stile di vita e non seguono le terapie. E’ da ricordare che la pressione alta non dà quasi mai sintomi eclatanti. Spesso, solo le crisi improvvise di innalzamento della pressione sono accompagnate da intenso mal di testa, cardiopalmo e sudorazione fredda. I consigli che ne conseguono sono principalmente i seguenti:
a) chiunque, anche senza disturbi e senza fattori di rischio, dovrebbe misurare la pressione arteriosa almeno una volta all’anno;
b) se in famiglia vi sono ipertesi, anche i giovani al di sotto dei 30 anni dovrebbero misurare la pressione con regolarità;
c) chi tende al sovrappeso deve controllare la pressione più spesso; il che vale ancor più per gli obesi; d) in caso di mal di testa, insonnia, svogliatezza, nervosismo, vertigini è bene farsi controllare la pressione arteriosa. Mantenere la pressione nella norma significa impedire che si instaurino danni a carico del cuore e della circolazione o almeno ridurne la gravità e/o ritardarne gli effetti nocivi, riducendo, di conseguenza, la probabilità di complicanze cardiovascolari quali lo scompenso da insufficienza cardiaca, l’infarto miocardico e l’ictus.

A quanti chiedono se vi siano prospettive nuove per i malati di Alzheimer
ho verificato che un recente studio italiano (prof. Stefano Sensi dell’Università di Chieti) avrebbe convalidato fondatamente quanto già ipotizzato negli anni ‘80 dal neurologo greco Kostatinidis, circa l’importante ruolo che accumuli intracellulari di zinco svolgono nel determinismo della malattia di Alzheimer e, più genericamente, nei processi neurodegenerativi.
Lo zinco è uno dei metalli pesanti maggiormente rappresentato nell’organismo, particolarmente all’interno delle cellule (90% del totale), dove funge da substrato di circa 300 enzimi cellulari, di importanza vitale. Pancreas e cervello (soprattutto nelle aree cerebrali associative) sono gli organi che ne contengono in maggiore quantità. Esiste un delicato equilibrio tra zinco intra- ed extra-cellulare. In condizioni normali l’eventuale eccesso di penetrazione di quest’ultimo nella cellula viene catturato da un particolare sistema di proteine protettive (metallo-tioneine) che funzionano da “banche” del metallo, che può essere da loro ceduto in caso di necessità. Questo delicato meccanismo di protezione può guastarsi per uno stress ossidativo (per esempio dopo trauma o ischemia o attacco epilettico) e, così, tutto lo zinco venir liberato di colpo e la cellula rimanerne gravemente danneggiata.
Essendo noto che le placche che si formano nel cervello dei pazienti affetti da Alzheimer contengono enormi accumuli di zinco, lo studio italiano ha fatto accoppiare topi geneticamente selezionati per produrre placche e topi selezionati in modo che avessero poco zinco a disposizione. Come ci si attendeva, i discendenti non formavano placche di amiloide. Lo studio apre quindi una prima, semplice prospettiva terapeutica, consistente in un blocco dell’assunzione dello zinco, come è stato provato sui topi, con un farmaco molto impiegato come antiparassitario in Africa e in America Latina per la sua efficacia e per il basso costo (Clioquinol). Nei topi produttori di placche (che costituiscono il modello animale della malattia di Alzheimer), trattati con quel farmaco, le placche sono scomparse.
Una seconda prospettiva, che ha pure fornito favorevoli risultati, consiste nel bloccare l’entrata dello zinco nelle cellule, con farmaci specifici, già esistenti, che, come dice il prof. Sensi “chiudono la porta in faccia” allo zinco extra-cellulare.

PATRONATO

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